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LA
RICCHEZZA CULTURALE DEL MONDO CONTADINO

Non si può ridurre il problema del mondo contadino
alla sola realtà economica, al problema della sopravvivenza legata
al lavoro tradizionale, a leggi di mercato che obbligano verso una conduzione
quasi industriale dell'attività, travisando e tradendo una cultura
legata alla terra. La civiltà contadina è anche altro,
è soprattutto altro.
Essa è infatti coscienza di sé stessa, capacità
di riconoscersi un'autonomia e una ragione di continuare ad esistere,
coscienza mortificata da tanti approcci, legati a interessi turistici,
che vedono il contadino con l'ottica del buon selvaggio di romantica memoria.
Il mondo rurale, anche per chi tenta di fare qualcosa per salvarlo, resta
quasi sempre una sorta di museo a cielo aperto, a disposizione di chi
va a visitarlo per immergersi in un clima che non sia quello della loro
quotidianità metropolitana. Tradotto in altri termini: l'attenzione
verso la ruralità non coincide mai con la preoccupazione verso
il mondo contadino, del quale non bisogna salvaguardare solo la sopravvivenza
economica o l'habitat, ma tutte le altre realtà che, prese insieme,
ne costituiscono la naturale cultura.
Interessarsi all'elemento sonoro di questa cultura, come
ad uno dei linguaggi fondamentali del mondo contadino, significa vedere
questo mondo ancora vivo e comprenderne quel codice importante, senza
il quale il resto degli altri elementi di questa cultura resterebbero
incompresi: in poche parole significa restituirgli dignità.
Di questa civiltà il canto svela passioni e sogni inesprimibili
con altri linguaggi.
La tenerezza verso il bimbo che viene cullato dalle nenie
dei cantigos de ammuttiu, eterni perché non conoscono il trascorrere
del tempo, canti che promettono al bimbo, stupito, meraviglie che mai
vedrà.
La struggente malinconia dei Miserere e degli Stabat che
i Cunfrades rendono nelle liturgie penitenziali del Venerdì
di Passione, il rito più sentito tra tutti. La gioia dei canti
di questua, motivati anche dal bisogno e dalla fame e non solo dal clima
natalizio, che permette di chiedere senza umiliazione nel rituale processionale
degli auguri. Tanta era l'aspettativa che un rifiuto si trasformava in
invettiva.
Quasi noncuranza della fatica e, al medesimo tempo, sogni
ad occhi aperti sono sas boghes de riu, che le donne eseguono
accompagnate dallo scorrere del ruscello, mentre lavano i panni. Canti
sognanti che, di queste ragazze, raccontano l'amore per un giovane, sempre
bello e ricco, che le porterà via dalla loro vita di fatica per
trasformarle in regine.
I canti da palco dei cantadores invece vengono
reinventati a boghe 'e carru e a boghe campagnola con
l'unico accompagnamento del carro a buoi che portava contadini e pastori
verso la fatica della campagna oppure a casa. I ritmi antichi de su
ballu a cantigu sostituiscono lo strumento nel sostegno sonoro della
danza, raccontando nel testo cantato, spesso ironico, l'arguto umorismo
di queste popolazioni, intessuto spesso di maliziose allegorie.
Non manca neppure il tenore, l'antico canto di
Sardegna. Quello del Logudoro non ha niente da invidiare al tenore barbaricino,
per originalità, armonia e contrappunto: basta un incontro in cantina
per aver la fortuna di ascoltare sa 'oghe, accompagnata dal
bomboi de sas armas, cantare ottave intere di famosi poeti, dopo
aver cercato l'intonazione nei moduli più semplici a coro frimmu
e a s'arressa, poi la complessità polifonica si svela
nei moduli successivi, tipici per ogni paese. I temi sono diversi: l'amore
che, visto in tutte le sue sfumature, parla di eroine infelici della mitologia
o della ragazza del cuore, la storia dei popoli nei tanti episodi, i poemi
omerici, la Bibbia, i consigli che la saggezza popolare può dare
ad un giovane etc.
Tutto questo viene raccontato solo con il canto
DELIMITAZIONE
DEL CAMPO »
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